La III Commissione consiliare del Comune di Rimini ha dato il via libera alla variante al Piano dell’arenile che estende anche alle micro-aggregazioni di stabilimenti balneari, cioè a raggruppamenti di appena due o tre concessioni, la possibilità già riservata alle macro-aggregazioni di realizzare piscine fino a 300 metri quadrati e terrazze coperte. Il provvedimento introduce inoltre allestimenti invernali fino a 1000 metri quadrati per 120 giorni e nuove strutture per lo sport da spiaggia. Il testo passerà ora al voto del Consiglio comunale.
L’amministrazione presenta la variante come un passo verso la destagionalizzazione e rivendica insieme ad essa un aumento delle spiagge libere del 37 per cento, che porterebbe il fronte lineare libero da 1,1 a 1,5 chilometri. Il numero va letto per quello che è, un incremento reale ma parziale, che convive nello stesso atto con un ampliamento consistente dei diritti edificatori riconosciuti ai concessionari privati sul demanio pubblico.
Il tema dell’acqua non è un dettaglio tecnico. L’Emilia-Romagna si trova in condizioni di severità idrica sul distretto del Po e a inizio luglio Cia Romagna segnalava un’evapotraspirazione quasi doppia rispetto alla norma stagionale, con i livelli del Canale Emiliano Romagnolo su valori di preallarme che richiamano la crisi del 2022. L’approvvigionamento della città di Rimini regge oggi grazie all’invaso di Ridracoli, ma questo non rende meno stridente la scelta politica di autorizzare piscine private da 300 metri quadrati sull’arenile proprio mentre a poche decine di chilometri l’agricoltura romagnola è già in stato di allarme idrico. Chiediamo che prima dell’approvazione in Consiglio comunale vengano resi pubblici i dati su fonte di approvvigionamento, sistemi di ricircolo e valutazione di impatto idrico complessivo di tutte le piscine autorizzabili dal piano, non caso per caso ma nel loro insieme.
Il confronto con altri territori costieri aiuta a misurare la distanza tra le scelte possibili. A Bacoli, nei Campi Flegrei, l’amministrazione comunale ha portato la quota di spiagge libere e libere attrezzate dal 15 all’80 per cento del litorale, abolendo i subingressi e avviando la ripubblicizzazione del demanio marittimo, con le ordinanze di sgombero delle strutture private confermate dal Tar Campania. È la dimostrazione che un’altra gestione della costa è amministrativamente possibile, non solo auspicabile.
Un secondo esempio arriva dalla Liguria. Il Comune di Spotorno ha approvato un nuovo Piano di utilizzo dei litorali che riduce gli stabilimenti balneari da 34 a 25 e porta le spiagge libere da 7 a 15, con l’obiettivo di raggiungere entro il 2027 il 40 per cento di costa tra spiaggia libera e libera attrezzata. La scelta smonta anche l’obiezione più ricorrente dei sostenitori del sistema attuale, quella per cui la spiaggia libera sarebbe sinonimo di servizi ridotti: a Spotorno le spiagge libere attrezzate hanno docce, bagni e salvataggio gratuiti, finanziati con i ricavi dei chioschi comunali e senza pesare sulle casse pubbliche. Non a caso il geologo Mario Tozzi ha indicato proprio Bacoli e Spotorno come i due modelli da estendere a tutti i comuni costieri italiani, proponendo una soglia minima del 60 per cento di litorale libero.
Rimini sceglie la direzione opposta, consolidando la rendita privata sull’arenile proprio negli anni che precedono i bandi per il rinnovo delle concessioni balneari, attesi entro l’estate del 2027.
Rimini Ecosocialista chiede al Comune di sospendere l’iter della variante fino alla pubblicazione di una valutazione ambientale e idrica complessiva, e ricorda che il demanio marittimo è un bene pubblico che va gestito nell’interesse della collettività, non ampliando anno dopo anno i margini di sfruttamento privato.
Rimini, 30 luglio 2026
Rimini EcoSocialista – Ufficio Stampa
