Il mondo sta andando verso il peggioramento: perché? (The World Seems to Be Getting Worse: Why?)


Viviamo nell’epoca più avanzata della storia umana: in cui l’uomo è riuscito a raggiungere la Luna, a creare l’intelligenza artificiale e a curare malattie un tempo mortali. Eppure, allo stesso tempo, continuiamo ad assistere a guerre, genocidi, repressioni, esecuzioni di massa e allo sfollamento di milioni di persone. Come è possibile che un tale progresso scientifico conviva con un simile arretramento morale?

È una domanda che dovrebbe interrogare chiunque osservi lo stato del mondo contemporaneo.

Non vi è dubbio che l’umanità abbia compiuto passi straordinari nella medicina, nella tecnologia, nella scienza e nelle comunicazioni. Ma a questo progresso materiale non sembra aver corrisposto un pari progresso morale.

La storia degli ultimi cento anni lo dimostra con evidenza drammatica: due guerre mondiali, l’Olocausto, genocidi, guerre civili, pulizie etniche, terrorismo, dittature e persecuzioni politiche si sono succeduti senza soluzione di continuità.

Violenza animale e violenza umana: una differenza di natura

Si sente spesso ripetere che l’uomo è “un animale come gli altri”. Dal punto di vista biologico l’affermazione è corretta, ma sul piano del comportamento le differenze sono profonde.

In natura, la violenza è generalmente uno strumento di sopravvivenza: un predatore uccide per nutrirsi, non per accumulare potere o territorio.

Nelle società umane, invece, la violenza si trasforma spesso in strumento di potere, ideologia, dominio ed interesse economico.

È proprio questa differenza a porre l’essere umano di fronte a una responsabilità morale che nessun’altra specie vivente si trova a dover affrontare: la capacità di scegliere, e non solo di reagire all’istinto, rende la violenza umana un fatto eminentemente politico e morale, non biologico.

Il caso dell’Iran

Un esempio di quanto il rispetto della vita umana resti fragile viene dall’Iran.

Secondo i dati diffusi dall’Iran Human Rights Documentation Center (IHRDC NGO) e da altre organizzazioni internazionali che monitorano la pena di morte, nei primi sei mesi del 2026 sono state registrate oltre 1˙400 esecuzioni nel Paese.

Tra le vittime figurano anche giovani, oppositori politici e persone condannate al termine di processi che numerosi osservatori internazionali giudicano privi delle garanzie minime di equità.

Nel corso delle grandi proteste popolari, inoltre, diverse organizzazioni per i diritti umani hanno denunciato un uso eccessivo della forza da parte delle autorità, migliaia di arresti e processi sommari.

Si tratta di dati che dovrebbero richiamare un’attenzione internazionale ben più incisiva.

Il ruolo (e i limiti) delle istituzioni internazionali

Di fronte a tragedie di questa portata, è inevitabile interrogarsi sul ruolo delle istituzioni internazionali, a partire dalle Nazioni Unite.

Fondata nel 1945, al termine di un conflitto che causò circa 60 milioni di morti, l’ONU nacque con l’obiettivo dichiarato di prevenire nuove guerre, promuovere il dialogo tra gli Stati e tutelare i diritti umani, come sancito dalla propria Carta istitutiva.

Nella pratica, tuttavia, anche alcune delle potenze che ne hanno guidato la fondazione sono state coinvolte, nel corso dei decenni, in guerre, interventi militari controversi o decisioni fortemente contestate dalla comunità internazionale.

Questo solleva un interrogativo di fondo: il diritto internazionale trova un’applicazione realmente uniforme, o il suo funzionamento dipende, troppo spesso, dagli equilibri di potere tra Stati?

Un nodo strutturale riguarda il Consiglio di Sicurezza dell’ONU: dei quindici membri, cinque – Stati Uniti, Russia, Cina, Francia e Regno Unito – dispongono del diritto di veto, che consente a ciascuno di bloccare una risoluzione anche a fronte del consenso della maggioranza. Numerosi studiosi e diplomatici considerano questo meccanismo uno dei principali ostacoli a un intervento efficace dell’ONU nelle crisi internazionali.

Anche la Corte Penale Internazionale, istituita per perseguire genocidio, crimini contro l’umanità, crimini di guerra e il crimine di aggressione, incontra limiti strutturali analoghi: non dispone di una propria forza di polizia e dipende dalla collaborazione degli Stati per l’esecuzione dei propri provvedimenti; inoltre, alcuni Paesi non hanno aderito allo Statuto di Roma o ne contestano la giurisdizione. Da anni, giuristi e organizzazioni non governative sostengono che il diritto internazionale venga applicato con maggiore efficacia nei confronti degli Stati più deboli, mentre risulti assai più difficile farlo valere quando sono coinvolte grandi potenze o loro alleati.

Negli ultimi anni, la situazione umanitaria nella Striscia di Gaza ha acceso un ampio dibattito internazionale: diversi organismi delle Nazioni Unite, organizzazioni umanitarie ed esperti hanno parlato del rischio o della presenza di atti riconducibili al genocidio, mentre Israele respinge tali accuse, rivendicando il diritto all’autodifesa contro Hamas – una questione tuttora pendente davanti alla Corte Internazionale di Giustizia.

A prescindere dalle divergenze giuridiche sulla qualificazione esatta di questi eventi, resta indiscutibile la vastità della sofferenza civile e l’urgenza di tutelare la vita delle popolazioni coinvolte.

Il ruolo della cultura e dell’arte

Un ulteriore terreno di confronto riguarda il ruolo pubblico degli artisti.

Alcuni ritengono che chi lavora nel mondo della musica o dello spettacolo debba occuparsi soltanto della propria arte, senza esprimersi su temi sociali e politici. La storia, tuttavia, dimostra il contrario: arte, letteratura e musica hanno spesso contribuito, in modo determinante, alla difesa della pace, della libertà e della dignità umana.

Il silenzio di fronte all’ingiustizia non ha mai, di per sé, reso il mondo migliore.

Conclusione

Nessuna istituzione internazionale può funzionare realmente in assenza della volontà politica degli Stati che la compongono. Trattati, convenzioni e risoluzioni restano lettera morta se I governi non scelgono di rispettarli. Finché gli interessi economici, militari e geopolitici continueranno a prevalere sulla tutela della dignità umana, sarà difficile costruire un ordine internazionale più giusto.

Forse la più grande crisi della nostra epoca non è la scarsità di tecnologia, ricchezza o potere, ma la scarsità di volontà morale. Il mondo di oggi ha bisogno, più che mai, di persone e di Stati disposti a porre la dignità umana al di sopra dei confini, delle ideologie e degli interessi politici. Solo allora si potrà dire che il progresso scientifico è stato accompagnato, finalmente, da un progresso morale.

Shayan Moradi e Taher Djafarizad

Neda Day e Unione Attivisti Iraniani

We live in the most advanced era in human history; an era in which humanity has reached the Moon, created artificial intelligence, and cured diseases once considered fatal. And yet, at the same time, we continue to witness wars, genocides, repression, mass executions, and the displacement of millions of people. How is it possible for such scientific progress to coexist with such moral regression?

This is a question that should trouble anyone who looks closely at the state of the contemporary world.

There is no doubt that humanity has made extraordinary strides in medicine, technology, science, and communication. But this material progress does not seem to have been matched by an equal moral progress. The history of the last hundred years shows this with painful clarity: two world wars, the Holocaust, genocides, civil wars, ethnic cleansing, terrorism, dictatorships, and political persecution have followed one another without interruption.

Animal Violence and Human Violence: A Difference in Kind

It is often said that humans are “just another animal.” Biologically, this is true — but in terms of behavior, the differences run deep. In nature, violence is generally a tool for survival: a predator kills to eat, not to accumulate power or territory.

In human societies, by contrast, violence is too often transformed into a tool of power, ideology, domination, and economic interest. It is precisely this difference that places human beings before a moral responsibility no other living species faces: the capacity to choose, rather than simply react to instinct, makes human violence fundamentally a political and moral act — not a biological one.

The Case of Iran

One example of how fragile respect for human life remains comes from Iran. According to data published by Iran Human Rights Documentation Center (IHRDC NGO) and other international organizations monitoring the death penalty, more than 1,400 executions were recorded in the country in the first six months of 2026 alone. Among the victims are young people, political dissidents, and individuals sentenced after trials that numerous international observers consider to have lacked even minimal guarantees of fairness. During the country’s major popular protests, several human rights organizations also documented excessive use of force by the authorities, thousands of arrests, and summary trials. These are figures that should command far greater attention from the international community.

The Role — and the Limits — of International Institutions

Faced with tragedies of this scale, it is impossible not to ask what role international institutions, beginning with the United Nations, are actually playing. Founded in 1945, at the end of a conflict that killed roughly 60 million people, the UN was created with the declared aim of preventing new wars, promoting dialogue between states, and protecting human rights, as set out in its founding Charter.

In practice, however, even some of the powers that led its founding have, over the decades, been involved in wars, controversial military interventions, or decisions strongly contested by the international community. This raises a fundamental question: is international law genuinely applied equally, or does its enforcement depend, far too often, on the balance of power between states?

A structural weakness lies in the UN Security Council: of its fifteen members, five — the United States, Russia, China, France, and the United Kingdom — hold veto power, allowing any one of them to block a resolution even when the majority of other members support it. Many scholars and diplomats regard this mechanism as one of the main obstacles to effective UN action in international crises.

The International Criminal Court, established to prosecute genocide, crimes against humanity, war crimes, and the crime of aggression, faces similarly structural limits: it has no police force of its own and depends on state cooperation to enforce its rulings; moreover, some countries have not joined the Rome Statute or dispute the Court’s jurisdiction. For years, legal scholars and NGOs have argued that international law is applied more effectively against weaker states, while enforcement becomes far harder when major powers or their allies are involved.

In recent years, the humanitarian situation in the Gaza Strip has fueled intense international debate: several UN bodies, humanitarian organizations, and experts have spoken of the risk or presence of acts amounting to genocide, while Israel firmly rejects these accusations, asserting its right to self-defense against Hamas — a matter still pending before the International Court of Justice. Regardless of the legal disagreements over how precisely to characterize these events, what remains beyond dispute is the sheer scale of civilian suffering, and the urgency of protecting the lives of the people caught up in it.

The Role of Culture and Art

Another point of debate concerns the public role of artists. Some believe that those who work in music or entertainment should focus solely on their craft, without commenting on social or political matters. History, however, suggests otherwise: art, literature, and music have often played a decisive role in defending peace, freedom, and human dignity. Silence in the face of injustice has never, on its own, made the world a better place.

Conclusion

No international institution can truly function without the political will of the states that compose it. Treaties, conventions, and resolutions remain empty words if governments choose not to honor them. As long as economic, military, and geopolitical interests continue to take precedence over the protection of human dignity, building a fairer international order will remain difficult.

Perhaps the greatest crisis of our time is not a shortage of technology, wealth, or power, but a shortage of moral will. Today’s world needs, more than ever, people and states willing to place human dignity above borders, ideologies, and political interests. Only then will it be possible to say that scientific progress has, at last, been matched by moral progress.

Shayan Moradi and Taher Djafarizad

Neda Day and Union of Iranian Activists

Shayan Moradi